Attilio il Nonno

In realtà Attilio non era Nonno, ma aveva tutte le carte in regola per esserlo.


Possedeva le caratteristiche giuste per affascinare i bambini: aveva viso e mani rugose, parlava poco, ascoltava molto e mentre ti ascoltava si capiva che con il pensiero era lì con te, a seguire il corso del tuo ragionamento.


Tutti i bambini lo amavano, soprattutto quelli che andavano alle elementari e se passando per andare a scuola lo vedevano nel suo giardino, lo salutavano con un “ciao nonno Attilio, quando possiamo venire a trovarti?”


Il giardino di nonno Attilio non era proprio un giardino, ma un bosco magico pieno di nanetti, fate, gnomi e personaggi fantastici intagliati nei legnetti risparmiati alle fiamme del camino.


Era vasto abbastanza per poter fare esplorazioni e c’era anche un’altalena montata sul ramo del vecchio acero.


L’altalena era proprio di nonno Attilio: vi si sedeva spesso a fumare la pipa e mentre si dondolava piano piano, ripercorreva con il pensiero i lunghi viaggi fatti in giro per il mondo sulle navi da carico. Era stato marinaio sui mercantili per tutta la vita e i suoi occhi azzurro intenso ricordavano il colore del mare.


Si era sposato a vent’anni con Adele e con lei era rimasto a lungo, fino al giorno nel quale il suo cuore aveva cessato di battere. Quarantacinque anni di tramonti bellissimi, di lune piene, di avvistamenti di balene, di saluti agli albatros che venivano a gustare deliziosi aperitivi di pesce a prua, preparati apposta per loro.

Adele lo seguiva sempre nei suoi viaggi di lavoro, assunta come cuoca e tuttofare sulle navi dove c’era Attilio.

Era bravissima a fare i nodi da marinaio ma soprattutto a scioglierli, dimostrando che saper “sciogliere i nodi” era una prerogativa tutta femminile.


In questo modo Attilio e Adele avevano vissuto e girato il mondo; sempre insieme alla scoperta di grandi porti scalo merci, venendo a contatto con un'umanità viaggiante molto diversa da quella che frequentava le crociere.


Insieme avevano imparato diverse lingue, ma il taciturno Attilio aveva conosciuto quella più importante da Adele.

Adele gli aveva insegnato il linguaggio del cuore e sebbene ora non ci fosse più da dieci anni, non se lo era dimenticato. Lo parlava spesso con i bambini; ecco perché tutti gli volevano bene.


Quella sera il chiaror di luna piena aveva dato un ulteriore tocco di magia al suo giardino; sapeva di essere fortunato ad avere un po’ di verde fuori casa perché appena si sedeva sulla sua altalena iniziava a viaggiare con il pensiero, tra il profumo dell’erba e dei fiori selvatici che crescevano liberi nel suo prato.


Purtroppo Cusano Milanino, la sua cittadina, era bella solo di notte perché al buio non si vedevano le centinaia di mozziconi di sigarette e le cartacce lasciate a terra da personaggi che ad Attilio non piacevano per nulla: ciechi, sordi e ignoranti del pericolo che stava correndo il mondo intero sommerso dai rifiuti…


Come non accorgersi che bisognava stare più attenti all’ambiente ed essere rispettosi della Terra, la nostra casa?

Non faceva molto affidamento sulla capacità degli ignoranti di cambiare, perché per lui gli ignoranti erano carenti di neuroni nel cervello ed erano incapaci di fare qualsiasi esame di coscienza.


Attilio aveva un difetto e lo sapeva: era insofferente e gli mancava la capacità di relazionarsi con chi giudicava zuccone, non gli piaceva perdere tempo per far capire alle persone che dovevano cambiare comportamento: lasciava il compito ai Vigili, che con le multe prosciugavano i loro portafogli…


Ma quella sera, la magia stava producendo i suoi effetti perché la luna piena non stava illuminando solo il suo giardino, ma anche il suo pensiero.


La luna gli stava dando l’ispirazione: ecco cosa avrebbe fatto Attilio, avrebbe creato un nuovo gioco per i bambini.


I bambini con quel gioco sarebbero stati i suoi portavoce nel diffondere una nuova attenzione alla cura del territorio, evitandogli così l’impiccio di parlare con i somari.


Il gioco si sarebbe chiamato “se io raccolgo però tu poi non butti a terra” e bastava una pinza, un sacchettino, un guanto a protezione della mano e poi via, ognuno nella propria strada a raccogliere soprattutto mozziconi. Lui lo faceva già da anni, ma sempre da solo e veniva spesso considerato un po’ folle dai passanti.


I bambini, invece, oltre a raccogliere avrebbero dovuto dire a tutte le persone che incontravano il nome del gioco “se io raccolgo però tu poi non butti a terra” iniziando così a spargere il seme della consapevolezza.


Dopo la raccolta ci sarebbero state un sacco di altre attività nel bosco/giardino di Attilio: il momento della pesa dei sacchetti pieni con una vecchissima bilancia ereditata da suo papà contadino, chiamata stadera; il conteggio dei mozziconi e poi somme, calcolo delle medie di mozziconi trovati; descrizioni (poi tradotte in racconti scritti a otto o a dieci mani) delle cose più strane incontrate a terra e delle reazioni dei passanti; le chiacchiere con l’addetto della Gelsia che ritirava spesso il loro “bottino”; disegni di avvisi tipo


“guai a te se butti a terra”


“qui ho pulito io e ho solo sette anni: tu che sei adulto e sporchi non ti vergogni?”


“i maiali non sporcano le strade e i marciapiedi, mentre tu sì”


e così via a ruota libera, lasciando correre la fantasia….


La magica luna gli aveva fatto tornare proprio il buonumore; ridendo sotto i baffi (che non aveva) Attilio ora sapeva bene come agire.


Il giorno dopo sarebbe andato a fare scorta di fogli, pennarelli, di pinze, sacchetti e di guantini…


E poi via con i bambini, in strada a sperimentare il nuovo gioco.



Gli autori: la Magica Luna e i suoi Raggi